LIBRI FIGHI | Teneri violenti, di Ivan Carozzi

L’amore al tempo di WhatsApp, le storie dell’Italia perduta, la precarietà, Milano che cambia e il quartiere Isola: il superdiario di una generazione

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LIBRI FIGHI scritto così, in capslock, è una rubrica che pubblichiamo su Dailybest ogni giovedì. Il format è questo: 2500 battute e una gif. Dato che mi piace tanto ho pensato: una volta al mese, prendo uno dei quattro LIBRI FIGHI e lo pubblico anche qui su Medium.

Diffondo anche qui: se hai un LIBRO FIGO che ti piace tanto, che è importante, che pensi dovremmo leggere tutti e vuoi spiegarci perché? Che bello: sono 2500 caratteri spazi inclusi.

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Sul sito della casa editrice Einaudi a proposito di Teneri Violenti di Ivan Carozzi c’è scritto: “Un diario intimo e collettivo, originalissimo, che compone la partitura di un Paese innocente nella sua ferocia”.

Che ammettiamolo, vuol dir niente. Il niente totale. Quel che avrei voluto leggerci è questo: Ivan Carozzi è un animale sensibile come pochi in questo momento, ascoltatelo. Ascoltatelo come lui ha saputo ascoltare e raccontare una generazione e il cuore di una città.

Ivan Carozzi è un amico che sono felice di conoscere e con cui vorrei passare più tempo, un amico che all’inizio mi stava un po’ sulle palle — mi sembrava si lamentasse troppo — come del resto accaduto con quasi tutti i miei migliori amici: in Teneri Violenti racconta una storia in cui c’è molto di autobiografico. C’è il lavoro nella redazione di un programma tv, la ricerca di archivio sui quotidiani, ma c’è anche quel fascino discreto delle storie perdute — perdute trenta o quarant’anni fa, quando i trentaquarantenni di oggi nascevano — che so lui prova da sempre, e c’è la precarietà perenne di un certo terziario avanzato, condita dalle piccole gioie e dalle enormi apprensioni che la mancanza di un orizzonte di vita provoca.
Le conosciamo tutti.

È una generazione piegata sul passato quella che ci fa vivere davanti agli occhi Carozzi, una generazione che sogna quel futuro che “non è più quello di una volta”, come ci rassicurava tempo fa, paracula, autoassolutoria, mi dava fastidio, una scritta sul muro a Milano.

Sciocchezze: perché il futuro è probabilmente una merda, o luminoso, o robotico, o transumano, o garantito dalle famiglie — unico welfare state futuribile, altro che digital labor e reddito di cittadinanza, almeno nel breve periodo — oppure ancora il futuro sarà sempre più precario, impoverito, darwiniano, brutale, o più probabilmente imprevedibile in quanto futuro.

Meglio non pensarci. Meglio fare come il protagonista di Teneri Violenti, un giretto la sera in piazzale Archinto all’Isola, tra le hamburgherie, i fornai arrivati dall’Africa del Nord che partiti da Anche* girano in bici e ci propongono pizzette deliziose, calde e appena sfornate, il bar dei cinesi dove bere qualcosa e far finta di essere amici — uno spritz col Campari o un Negroni — rispettare al minuto un appuntamento che avevamo preso al Frida, e poi tornare al muretto intorno al parco giochi in piazzale Archinto a fumare e sedersi a fare quattro chiacchiere.
Tenendo d’occhio la bici legata poco in là, che ci muoviamo in bici.

Ivan Carozzi tutte queste cose, tutto questo piccolo mondo — che un giorno sarà inevitabilmente antico — le vive e le racconta, mischiando aneddoti personali a un’abilità nello scavare e riportare alla luce il passato rara — la storia dei tre gemelli e di Madonna… — in una forma di autofiction leggera, dolcissima, dove alla fine quel che leggiamo e scopriamo è che in ogni pagina ci siamo noi; forse ancora più di lui.

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Lavoratore intellettuale salariato.

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