Va che bella, l’Albania

Due o tre cose che ho visto quest’estate.

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Anziana del villaggio di Lin, Albania, poco distante il confine con la Macedonia.

Sono stato in Albania un po’ di tempo questa estate, e questo è quello che ho da raccontare: non ha nessuna pretesa di essere una guida, non so cos’è. Se avrete voglia di leggere, buona lettura e a presto. Un abbraccio.

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Il primo impatto, alla dogana con il Montenegro, dopo una giornata passata su una spiaggia nudista — Ada Bojana — e un pranzo in una konoba su una palafitta, e un po’ di km nell’entroterra montenegrino su strade semisterrate (meglio farci l’abitudine) dicevamo il primo impatto, è forte.

C’è il caldo, e la coda delle dogane di una volta e una volta superati i controlli — non molto approfonditi — ecco i gruppi di mendicanti che avvicinano i turisti. Sono mendicanti che in Italia diremmo rom, a questuare sono le categorie che suscitano più compassione nel turista o nell’italoalbanese di ritorno. Bambini, anziani, disabili in sedia a rotelle. Nessuno dà loro nulla, e loro vociano, parlano, nessuno capisce niente mentre tutti li ignorano. Si muovono tra le auto in coda. Mi guardo intorno e probabilmente siamo tra i pochissimi cittadini italiani non nati da queste parti che stanno entrando nel Paese per turismo, gli altri — a prima vista — oggi sono italiani quanto noi, ma nati qualche decina d’anni fa chissà dove, purché dopo la frontiera che abbiamo appena passato. Parcheggio la macchina poco dopo la dogana e vedo code d’auto in uscita, altri questuanti con vesti stracciate, paralitici mendicanti, un vago senso di abbandono generale rispetto al Montenegro. La prima cosa da fare dopo la frontiera con l’Albania, è l’assicurazione locale.

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Si fa proprio a dieci metri dalla dogana. Lì ci sono una serie di prefabbricati, di gabbiotti, davanti a cui passeggiano i mendicanti di cui sopra, senza particolare aggressività. Questuano, chiedono, implorano loro che sono bambini e anziani, ma senza particolare aggressività o vera o mascherata convinzione. Riguardo all’assicurazione per qualche motivo — che in seguito mi apparirà anche abbastanza logico — la Carta Verde delle “nostre” assicurazioni non copre l’Albania, né il Kosovo, né forse la Macedonia, ma dovrei controllare. Sono circa cinquanta euro di assicurazione temporanea, in un ufficetto all’interno di un prefabbricato grigio, derelitto, dove i due impiegati parlano italiano e mi dicono che siamo stati fortunati che “Molta più coda giorni scorsi, molta più coda”. Fumo tranquillamente nell’ufficetto, mentre ricevo l’assicurazione temporanea e un mendicante mi aspetta fuori. Ritorno alla macchina parcheggiata a pochi metri dalla dogana. La coda in uscita dall’Albania si allunga di auto e camion Mercedes di altre epoche, solo Mercedes o quasi. Ci torneremo dopo.

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Guidare in Albania è un’esperienza che si può dividere in due parti: guidare nei centri urbani e guidare fuori dai centri urbani. Sono due mondi differenti, completamente differenti. Se nei centri urbani — e il migliore esempio è sicuramente Tirana — lo stile di guida lo potrei definire aggressivo-mediorientale, per cui la precedenza è di chi se la prende e se non hai le palle di entrare per primo non entrerai mai da nessuna parte, al di fuori dei centri urbani si va piano per forza e la cortesia vien naturale, essendo un buon 75% delle strade sterrato. Oppure che termina nel nulla su un baratro di quattrocento metri. Il GPS è completamente inutile, e prende per buone strade percorribili solo da animali, da umani a piedi, o da veicoli militari, meglio se cingolati.

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Il parco auto albanese, più ancora che altrove nei balcani, è composto principalmente da Mercedes-Benz. Credo che un buon 60% — vado per difetto — delle auto circolanti sia Mercedes, di ogni epoca. Dalle più anziane alle più recenti. Se per le nuove immatricolazioni in Albania, Mercedes si assesta al 5,3%, nel lontano 2002 il New York Times dedicava un pezzo proprio al parco auto illirico nel suo complesso

‘’Every time I come back to Albania, I bring a Mercedes with me to sell,’’ said Arjan Bano, who lives in Germany but returns to visit his family at least once a year. ‘’I can’t afford expensive cars, but you can pick up an older one for a couple of thousand dollars and make enough money to cover the cost of your trip.’’

Se la leggete, è una storiella che spiega l’economia meglio di molti manuali.

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Arriviamo a Tirana. Si percorre una specie di lunghissimo viale Palmanova per entrarci, circondati da Mercedes. Non solo anziane, anzi. A un certo punto, mi supera lungo la circonvallazione un G Klasse — storico fuoristrada teutonico — elaborato Hamann. Lo riconosco dai dettagli in oro. In Italia non ne avevo mai visto uno. Altro modello recente di Mercedes che in Albania funziona benissimo è la CLS. Guidare a Tirana, arrivando dall’Italia, non è semplicissimo, ma ci si abitua. Il parcheggio non ha in sostanza regole, solo sotto i palazzi governativi del centro pieno è regolamentato, nel resto della città è pressoché, e piacevolmente, anarchico. Troviamo un albergo, lasciamo i bagagli e ci prepariamo per la notte, uscendo.

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Tirana è una città sicura, così mi è parsa. Con disuguaglianze sociali enormi, strade con locali alla moda che non stonerebbero in Italia, automobili recenti e tirate a lucido — in Albania, viste anche le condizioni delle vie di collegamento, pullulano i LAVAZH, gli autolavaggi, sono molto più frequenti delle panetterie — e bambini di dieci anni addormentati faccia a terra sul marciapiede. Ceniamo con circa 7 euro in due, in un ristorante che avrebbe potuto essere tranquillamente in Italia. Le porzioni, come altrove nei balcani, sono più che abbondanti, sono per gente che ha fame, che ha più fame di noi. I nostri stomaci cenano anche solo con un antipasto. L’errore che commettiamo è prendere un cocktail prima di andare in albergo, meglio evitare. Il nostro apparato digerente ha forse qualche problema con i micro organismi dell’acqua albanese. Morale: di Tirana non vediamo nulla, a parte una notte sul cesso, una farmacia, e il giorno dopo viaggio verso Lin. Lin è un paesino sul Lago di Ocrida, che confina con la Macedonia.

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È distante diverse ore da Tirana, ma merita. Dormiamo in un bed&breakfast esattamente sul lago, con una barchetta a remi a disposizione che scegliamo di non utilizzare. Lasciamo l’auto davanti al sagrato di una chiesa, dove a pochi metri si trova una discarica. L’Albania è così. Lin è idilliaca, minuscola, ci inerpichiamo su una collina dal quale si vede il lago, svetta in cima uno delle migliaia e migliaia di bunker costruiti durante il regime di Hoxha, altri sono stati sradicati mesi o anni fa. Riscendendo in paese, tra le piccole villette raramente intonacate e terminate — almeno secondo il nostro standard europeo — incontriamo un’anziana signora, un matto che ci stringe la mano, e altra gente del paese intenta a far nulla, soprattutto uomini. Da Lin ci spostiamo a Pogradec, paese sempre vista lago, più grande rispetto a Lin. La vita ferve, così come le strade non asfaltate. Le pescherie espongono grosse vasche, simili a quelle dove noi teniamo astici, aragoste o granchi, all’interno dei quali però nuotano a decine trote di lago, o altri grossi pesci lacustri. I macellai fanno bella mostra di capretti interi appena spellati, e nel complesso Pogradec si risolve come una piacevole piccola città.

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A poca distanza da Pogradec c’è Drilon, località un tempo “privata” e riservata agli alti quadri del partito. Il giorno in cui la visito molte coppie locali di sposi stanno scattando il servizio fotografico delle nozze. Drilon è un parco con alcune isolette artificiali costruito poco all’interno del lago di Ocrida. Sembra rimasto fermo agli anni sessanta, anche e soprattutto nell’architettura delle abitazioni. Fotografo anch’io gli sposi, e alcune damigelle azzurre, vestite come fate.

Ripartiamo.

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Decidiamo di percorrere l’entroterra albanese. Lo faremo per molte centinaia di km, su strade quasi sempre sterrate, o dimenticate, circondati da un paesaggio via via quasi alpino, ad altitudini inferiori con vegetazione collinare secca, con bassi arbusti, cespugli, e vegetazione sparuta. Non si incontrano altri viaggiatori lungo queste strade, le sentinelle che incontriamo di quando in quando sono distributori di benzina e gasolio abbandonati.

O minuscoli villaggi, in alcuni casi villaggi più grandi, come Ersekë, piccolo paese di montagna che ignoravo avesse dato i natali a parte della famiglia dei Belushi, sia James che John. A Ersekë ci fermiamo a dormire nell’unico albergo del paese, che conta circa cinquemila abitanti. Arriviamo a tarda notte, gli altri ospiti dell’albergo sono nella hall a guardare una partita di calcio, giocano squadre italiane, seguono la partita senza particolare attenzione. Il mattino dopo giriamo per Ersekë senza meta, e ripartiamo verso Përmet, dove faremo sosta a pranzo.

Përmet, ricorda un po’ Consonno, un minuscolo paese brianzolo un tempo — negli anni sessanta — parco divertimenti e Las Vegas sognata da un pazzo. Le strade sterrate sono deserte, scende anche la prima pioggia da un bel po’ di tempo. Mangiamo con pochi euro ottima carne, chiediamo un bicchiere di vino e veniamo ricompensati con una tinozza di rosso pugno-in-faccia, e vaghiamo per il paese, tra camion Skoda dei pompieri, case costruite a metà, edifici storici.

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Da lì vaghiamo ancora, per centinaia di km, passando anche per Argirocastro, ma di tutto il resto vale la pena per me raccontare di Ksamil, località marittima quasi al confine con la Grecia. Ksamil ha mare cristallino, caraibico, ma una urbanizzazione scellerata, casuale, aggressiva. A passare lungo la strada costiera non si può immaginare cosa sia il mare a poche centinaia di metri da quell’asfalto, o cosa diventi l’Albania cinque km dopo, a Butrint, la laguna che vedete qui sotto.

Ksamil merita una visita. Ma non giudicate un libro dalla copertina, o dalla strada statale che la percorre. Mollate la macchina, camminate fino alla spiaggia e poi lungo la costa non più di dieci minuti, e prendete una shezlong, una sdraio e un ombrellone. Per pochi euro lì poi si può affittare una canoa e arrivare fino alla laguna di Butrint, ma attenzione alle correnti. All’andata sono dalla vostra, al ritorno, no. Sempre a Ksamil poi faccio quattro chiacchiere con un ragazzo che lavora lì, stagionale, mi racconta dei suoi compleanni, festeggiati sparando con gli amici alle cascate del suo paese con un AK-47. Parliamo di armi, racconta di come in Albania sia tutt’ora relativamente facile procurarsene, a costi irrisori: intorno ai 100 euro per un AK-47 spiega. Salutata Ksamil, si riparte proprio verso Butrint, parco nazionale e museo a cielo aperto, pressoché privo di una qualunque presenza umana. Non bovina però.

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Lavoratore intellettuale salariato.

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