Dalla parte degli umani

E dalla parte dei vivi: umanizzare gli animali domestici e commuoversi per i lutti social

Interno giorno, una bella casa d’epoca con parquet appena lucidato. È un appartamento in zona semi-centrale, sei locali, un salone, una sala da pranzo, lo studio, stanze e spazio in abbondanza per una coppia di pensionati con un figlio adulto fuori casa da più di dieci anni.

I due pensionati stappano del prosecco la domenica intorno alle 12, prima del pranzo, mentre si godono divertiti due bellissimi gatti di razza, i mici hanno pochi mesi e si disputano, dolcissimi, goffi, un sonaglio di piume.

I gatti così giocano, scemi come sono scemi, lenti come sono lenti tutti gli animali di razze selezionate dall’uomo e non dall’ambiente, dal destino, dalla natura. Ma sono indubbiamente molto belli. Passeggio nel corridoio e noto che i due gatti dispongono di una stanza intera per i loro giochi, arredata come una Disneyland felina, con strutture dove arrampicarsi, tunnel, topi finti che ignoreranno ben ordinati in una cesta.
I due pensionati sono i miei genitori.

Rifletto scendendo le scale sulle mie colpe: credo gli manchino dei nipotini, dal basso dei miei 34 anni ne terrò conto rapidamente.

Interno schermo del nostro pc, del nostro smartphone: una qualunque ora di questo ultimo weekend tra la notte di venerdì 30 settembre e il 1° e il 2° ottobre. Muore Bernardo Caprotti, ultranovantenne fondatore della catena di supermercati Esselunga.

Caprotti era un imprenditore conservatore, molto schivo almeno fino agli ultimi quindici anni, quando l’avanzare dell’età aveva corrisposto all’avanzare della sua loquacità. Si è letto e scritto molto delle liti per la successione nel gruppo, delle sue litigate con i figli, si favoleggiava di una donazione alla “segretaria” nell’ordine di 10 milioni di euro (nota bene: le segretarie sono sempre la chiave di tutto, che si chiamino così o p.a., personal assistant), e si trovava esposto all’inizio del percorso d’acquisto al supermercato il libro Falce & Carrello, proprio da Caprotti firmato. Era un j’accuse molto discutibile contro le Coop, che a detta di Caprotti ostacolavano la sua espansione nelle regioni tradizionalmente “rosse” d’Italia. Si era sfogato.

Il supermercato, anzi, la catena dove si trovava ben posizionato Falce & Carrello era la sua: ma non ce ne frega niente in realtà. Perché più che la biografia e il lato imprenditoriale di Caprotti è interessante osservare la reazione del social media fondamentale per i lutti alla sua morte, ovvero di Facebook, perché il lutto per il Signore dei Punti Fragola era tale che sembrava fosse morto un parente. Anzi, molto peggio.

Perché dei parenti non strettissimi una volta terminata la cerimonia, ti dimentichi. Il supermercato aperto sotto casa invece è molto più utile di un parente lontano, tanto più se il parente è morto. Il supermercato ci nutre, ci sostenta, ci garantisce la sopravvivenza in cambio di denaro e con lo scopo del profitto: ma mi rendo conto, è facile scordarlo sognando una Fidaty Oro. Con la tessera da socio Coop è esattamente la stessa cosa, è solo una constatazione sulla quale spero saremo tutti d’accordo.

Sembrava però a giudicare dagli status commossi che non solo fosse morto un parente importante, ma di più: stessero per chiudere i supermercati e la morte di Re Bernardo I fosse quella di un sovrano illuminato che aveva garantito un’epoca di benessere ai suoi sudditi, da domani costretti a fronteggiare l’incerto, una sanguinosa civil war tra gli scaffali e il banco gastronomia, una guerra dei trent’anni della GDO.

Domandandomi il perché mi davo risposte che non stavano in piedi, che cestinavo da solo: piaceva perché era l’uomo forte Caprotti, il “ghe pensi mi” della grande distribuzione, il leader carismatico della merce? Forse. Piaceva perché all’Esselunga sono decenni che facciamo la spesa e ci affezioniamo ai luoghi del commercio come agli oggetti industriali, e li amiamo, stabiliamo una relazione affettiva: quindi Caprotti come uno Steve Jobs cui sostituire l’iPhone con un bancale di prosciutto Rovagnati? Forse. Piaceva per la cosa dei figli? Forse. Per i milioni di euro alla segretaria? Forse, perché era la favola adatta a un Paese di speranzosi nella sorte e inetti all’agire. Piaceva perché volenti o nolenti ha cambiato l’architettura delle periferie costruendo edifici tutto sommato molto eleganti se confrontati a quelli di altri colossi concorrenti? Mah, tutto può essere. Ma non ero convinto.

Non ne uscivo, finché non ho unito i puntini.

Sono entrambi — i gatti trattati da esseri umani, con la loro stanza, l’imprenditore della GDO morto — due lati della stessa medaglia, sono segni che c’è qualcosa che non va: cosa?

Qualcosa che faccio fatica anch’io a individuare, qualcosa che non vorrei neanche dovere individuare — troppo arbitraria come scelta, ognuno per sé e Dio con tutti, cari miei — ma trattare gli animali domestici da umani e uno sconosciuto signore novantenne morto cui si è contribuito giusto ad aumentare i fatturati e a profilarsi con una tessera fedeltà, ecco, trattarlo come se fosse un benefattore dell’umanità, mi fa pensare che ci sia qualcosa di grosso che non funziona. Qualcosa che non si sistemerà a breve, ma può anche darsi che vada bene così, non lo so, sono sempre pieno di dubbi.

Infatti poi, rifletto ancora: non è qualcosa che non funziona. È qualcosa che manca, che prima avevamo a poi abbiamo perso, ma perso da poco, non saprei neanche da quanto, ma da poco.

Facciamo una prova senza alcun valore scientifico ma solo emotivo: se Caprotti fosse morto nel 1996 cosa avremmo detto? Ci saremmo — anzi: vi sareste — commossi a questo stesso livello? Se in quella stessa casa dalle cui scale oggi scendevo meditando sulla possibilità di procreare fossi sceso nel 1986, che cosa avrei visto nella stanza dei gatti?

Ecco, è tutta lì la faccenda.

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