Come te la stai vivendo?

Più di un mese di isolamento, i posti di blocco per strada, il pensiero al “dopo”.

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Casa, ore 6 del mattino.

Già se allargo il campo ai genitori degli amici o ad amici di cerchie leggermente più esterne le cose vanno meno bene. Parenti contagiati e impossibili da visitare, notti in ospedale che “è meglio che non sappiate”, qualche morto.

La presenza di Giulio è inestimabile, fa meglio a noi che a lui: certo, il mondo là fuori è nell’apocalisse.

Il Tg3 che prima lasciavamo acceso a volume basso verso le 19 è diventato l’appuntamento che giorno dopo giorno mi ricorda che l’apocalisse per ora è ancora fuori dalla porta di casa mia, ma mi sto abituando pure a quello, da un mese ormai. Stessa cosa la radio — Radio 24 — bene o male sempre accesa, e grazie a chi la fa e la tiene accesa in condizioni difficili, ma adesso qualche volta spenta, per ascoltare un po’ di musica.

In queste settimane (vaghezza motivata: stiamo perdendo il conto dei giorni, tra poco smetteremo di distinguere i giorni della settimana) ho un gran bisogno di sentire le persone che conosco e a cui voglio bene. Amici, parenti che prima vedevo a Natale o per i compleanni, o ai funerali.

Ci sentiamo sia con i social media, sia per telefono, personalmente preferisco il telefono in questo periodo. Parliamo per delle mezzore di tutto.

La prima cosa che chiedo sempre: “Come te la stai vivendo?”.

Le cose che mi sono rimaste in mente sul come la sto vivendo io sono queste.

Dopo: come saremo noi?
Vedo tanto ottimismo ingenuo: “rinasceremo” meglio, saremo solidali, uniti ma distanti, vicini umanamente, così via. Mi spiace, sono banalità fuori dalla realtà. Quelle cose lì sopra le metterà in pratica chi può permetterselo (leggi: sta già bene oggi) e sicuramente anche chi può permetterselo sarà più cauto, con più dubbi di quanti ne abbia ora, perché per riemergere dovrà erodere ancora un pezzo di patrimonio familiare, di risparmi, di quel che garantisce una vita coerente con quello che eravamo stati educati a immaginare come dovuto dal mondo che abbiamo intorno. Per chi non può permettersele le cose all’inizio, sarà la guerra di tutti. In molti cambieremo mestiere, ci sta.

L’indeterminatezza.
Quando, come, perché finirà tutto quanto? Una serie di domande che ci stiamo facendo tutti e a cui nessuno ha risposta. Nessuno, adesso, il 1° aprile del 2020. Non c’è una data, e che non ci sia una data — né ci sarà, al massimo sarà una data pro forma, quindi altre abitudini da cambiare ancora, tutti vorremmo solo sapere “Quand’è che torna tutto come prima?” — che tutto sia a “a data da destinarsi”, che cambi settimana dopo settimana, si scontra con il mondo in cui vivevamo prima.

Le stime per vedere quella che formalmente chiameremo una fine, in Italia, dicono fine aprile, fine maggio, o giugno? O luglio? Ha importanza, navigando a vista?

Quanto tempo restiamo ancora in casa? Quanto tempo ancora dobbiamo stare attenti a tutto? Tanto, di sicuro. Ma quanto è “tanto”? Quanto sarà “abbastanza”? Indeterminatezza. Non siamo abituati. Uno scenario del domani è questo, con i sani semiliberi, tracciati via smartphone per ogni cosa. A Milano dice Giuseppe Sala che sarà così.

Ok, finisce da noi: e dagli altri?
Il giro del pensiero per me è sempre questo: va bene, mettiamo che per qualche motivo da noi va tutto a posto, “gli altri”, a che punto saranno? Se gli altri sono intere nazioni, è un discorso complicato.

Anche leggendo ovunque, più all’estero che in Italia, non ho trovato uno scenario che mi convinca del tutto. Questo pezzo di Politico è interessante, ma poi dici — c’è davvero una risposta? No. Perché non c’è.

Tutto questo segnerà la fine dell’Europa di Schengen, con le merci che saranno forse più libere di circolare delle persone? Sì, no, forse. Più sì che no.

Le merci si muoveranno molto più delle persone non tanto per questioni normative, ma perché le persone possono interiorizzare il panico emergenziale e stare a casa ben oltre la consegna di questi mesi; le merci non si pongono questo genere di problemi, gli umani sì. Avremo ancora paura, vedremo se le merci faranno coraggio agli umani, come del resto già accade.

Spostarsi diventerà qualcosa di diverso, complicato, che eviteremo nei Paesi a rischio — o nelle regioni e nei comuni a rischio, nelle fiere a rischio, negli eventi a rischio… — e che saranno a rischio per quanto?

I 18 mesi per vedere una fine di tutto quanto a livello globale, sono sensati? Speriamo. Leggo in giro cercando sempre qualcuno che abbia una parola definitiva, e non c’è. Non la si trova la risposta perché non c’è, e torniamo all’indeterminatezza di prima.

Questa è FOMO, mica come prima.
In parte accennato con quella storia del Tg3, della radio sempre accesa. Il problema — ma non è un problema, è una constatazione — è che hai anche acceso lo smartphone tutto il giorno, e stai anche davanti al computer.

La FOMO, fear of missing out, la paura di perdersi qualcosa, diventa ancora più insidiosa quando il governo mette fuori decreti a suon di anticipazioni.

Quando il giorno prima ignori se il giorno dopo saranno aperti i supermercati, se sì con che orari, se tua madre ti chiama per dirti “Mi han detto in banca che stanno valutando se chiudere gli sportelli”, soprattutto poi se Giuseppe Conte fa le dirette Facebook a tarda sera di un sabato non proprio rassicurando il Paese, e chissà cos’altro farà in futuro. La confusionaria comunicazione ufficiale aggiunge altra indeterminatezza, indeterminatezza che a sua volta genera un effetto collaterale che approfondiamo ora.

Sicurezza e paranoia.
Le limitazioni alla libertà individuale inevitabili per contrastare una pandemia hanno innescato autoritarismi sia esteriori, plateali, che interiori, meno visibili ma altrettanto pericolosi.

Insomma, c’è voglia “di golpe e totalitarismo cinese”, come ha twittato una persona molto intelligente, per cui nascono i gruppi Facebook per schedare chi scende giù a fare due passi, divampano le polemiche sui runner, le pagine locali di Facebook dei comuni italiani più minuscoli passano dal segnalare la sagra del fagiolo zolfino alla delazione più vigliacca. Certo, “A fin di bene”. Per carità. Questo verso l’esterno di noi.

Poi c’è quel che accade dentro di noi, quello strano timore, immotivato, certo, però. Però quel timore lì, dai.

Quel timore per cui esci e trovi i posti di blocco della Polizia, dei Carabinieri, probabilmente tra poco in Lombardia dell’Esercito, e anche se sei in regola — se pensi di esserlo: con le regole attuali non puoi mai averne certezza — non sei del tutto tranquillo. Come fai?

Ovviamente hai con te l’autocertificazione in cui spieghi che stai andando ad acquistare generi alimentari di prima necessità, ma basterà? Sarà tutto a posto? Andrà bene a chi mi ferma? Cosa può fare e non fare chi mi ferma? L’autocertificazione che cambia ogni due, tre giorni è solo un “nudge”, una “spinta gentile” che diventa un confuso disincentivo a fare qualunque cosa.
E nel dubbio a non farla.

Il meccanismo confusionario, caotico delle anticipazioni del Governo nelle ultime settimane, delle bozze dei decreti, non ha solo generato caos, ma anche paura e incertezza in milioni di italiani. Italiani che, al dubbio e al timore, hanno risposto barricandosi in casa, non con l’imprudenza. Perché è una minuscola minoranza quella che trasgredisce.

Il risultato finale però è un Paese di 60 milioni di abitanti “rannicchiato in un angolo come un gatto nevrotico”.

A forza di stare in casa per altre settimane, la gente perderà la testa.
Sta già accadendo, peggiorerà. È una previsione che faccio solo sulle mie sensazioni, ma è anche vero che mental health e social isolation sono temi di cui si comincia a parlare, forse più sentiti ancora all’estero in questo periodo.

Quali saranno le conseguenze dell’isolamento forzato per circa 60 milioni di persone, nell’arco delle prossime settimane o dei prossimi mesi?

Non bastano le dirette Instagram, i consigli dei bei libri da leggere, “i contenuti”, i videini, Netflix, Disney+, una bella diretta streaming eh, una cosa nuova, le interviste tra amici, come se non ce ne fossero già abbastanza.

Sperare che basti tutto questo a 60 milioni di abitanti chiusi in casa è una strategia miope e un modello di sopravvivenza psichica asfittico.

Troppi contenuti, poco ascolto.
È ancora una mia impressione, non suffragata da nessun dato, ma vedo intorno a me amiche e amici — anche persone che apprezzo molto, brave e competenti nel loro lavoro — che parlano, scrivono, dicono, stanno in diretta Instagram, twittano, vergano lo status definitivo, forse troppo. Forse lo fanno per esorcizzare la paura, per essere meno soli, vai a sapere. Dice: ok, qual è la misura del troppo per te, brutto antipatico? Ovviamente è la mia, personale, non c’è un giusto e sbagliato definito da una norma, però: anche meno.

Mai come in questo periodo mi viene più da ascoltare che da parlare.

Infine tutto il resto perde di importanza.
È così, no?

E tu, come te la stai vivendo?

Written by

Lavoratore intellettuale salariato.

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